Le fiere si sa, una volta concluse, oltre a produrre dati di affluenza e quantità d’espositori, lasciano qualche sensazione e stimolano riflessioni. Forse servono specialmente a questo.
Osservando il format della sua comunicazione e visitandola superficialmente non si percepisce la modernità della Fiera di Bastia, così chiamata dal mondo agricolo e locale. Ormai annoverata tra le fiere storiche italiane, perché giunta alla 50 esima edizione, Agriumbria fu voluta nel 1969 da Lodovico Maschiella, un politico e amministratore d’allora che aveva il bene comune tra le sue priorità e che brillava per lungimiranza. Creata come punto d’incontro tra gli agricoltori umbri, l’indotto e la gente comune è diventata negli anni una fiera partecipata da 450 espositori provenienti da ogni angolo del nostro paese, come del resto i visitatori.
Ad Agriumbria in genere si va per fare una passeggiata al sole, incontrare amici, mangiare un buon panino con la porchetta e magari comprare qualcosa. Non si va a Bastia, ma alle fiere agricole e zootecniche nazionali “vere” di Verona, Bologna e Cremona, se si vuole misurare il settore in cui si opera e aggiornarsi.
Quest’anno però, un anno di cambiamento nel settore agro-alimentare, le impressioni ricevute, almeno da noi di Ruminantia, sono molto diverse da quelle che solitamente ci lascia la Fiera di Bastia.
La semplice ruralità di questa fiera rappresenta, nell’ormai sempre più raro “formato analogico”, quelle peculiarità dell’agro-alimentare italiano che stanno stregando tutti noi ed il resto del mondo. Cibo buono e sano che nasce dalla storia di un territorio e dalla storia delle persone.
Un male di questi tempi, e ne parliamo continuamente dalle pagine di Ruminantia con la consapevolezza di stancare, è che la nostra agricoltura ha perso il dialogo con la gente che è ormai in buona parte “urbanizzata”, ossia vive nelle città. Questo non frequentarsi e non parlarsi genera equivoci e diffidenza ed è forse una delle ragioni principali per cui nei cittadini-consumatori si è radicata la convinzione che gli animali soffrano negli allevamenti e che l’agricoltura sia la causa principale dell’inquinamento e della “predazione” delle risorse naturali del nostro sempre più affollato e fragile pianeta. Fermo restando che molto c’è da cambiare nell’agricoltura e nella zootecnia, ogni volta che i cittadini incontrano gli allevatori e gli agricoltori tanti equivoci si chiariscono.
Ad Agriumbria, forse senza neppure tanta consapevolezza, avviene questo. Giovani, famiglie, allevatori e indotto s’incontrano e si parlano, e a tutti rimane qualcosa su cui riflettere.
Un esempio sono le “gare“ morfologiche, tipiche di ogni fiera in cui sono presenti animali. A Bastia, ma anche in molte altre fiere non specializzate e non nazionali, il far sfilare gli animali davanti un giudice e davanti alla gente si carica di significati diversi dal solo “aver vinto la categoria o addirittura la fiera”. Dai molti commenti che abbiamo ascoltato abbiamo avuto la riprova di quanto non piaccia alla gente vedere in fiera vacche, o meglio frisone, così magre, con il costato evidenziato dai tolettatori e le mammelle piene di latte fino all’inverosimile; anche perché i bovini da carne, le pecore, le bufale vengono apprezzati così come sono nello stato normale d’allevamento.
Per cui ci sentiamo di ringraziare con sincerità gli organizzatori di Agriumbria per questa antica modernità e per averci fatto comprendere ancora meglio cosa fare per recuperare un rapporto sano e costruttivo con la gente e quindi i consumatori, ossia i datori di lavoro del nostro agroalimentare.