L’allevamento dei bovini da latte è accusato di essere tra i principali responsabili delle emissioni di gas ad effetto serra e quindi del surriscaldamento globale. I dati che circolano sull’argomento sono molti ma contrastanti. Nel corso di un workshop organizzato in occasione dell’edizione 2019 della Fiera Internazionale del Bovino da Latte, in collaborazione con ASPA, abbiamo cercato di fare un pò di chiarezza e di capire come è possibile intervenire.
Ne abbiamo parlato con Bruno Stefanon, del Dipartimento di scienze agroalimentari, ambientali e animali dell’Università degli Studi di Udine, e Alberto Tamburini, del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Produzione, Territorio, Agroenergia dell’Università degli Studi di Milano, entrambi membri dell’associazione scientifica.
Il tema del contributo della zootecnia alle emissioni di gas serra è fondamentale in questo momento a causa del ripensamento generale in corso del mondo occidentale sull’impatto ambientale che le attività umane stanno avendo sul nostro pianeta. Di numeri ne circolano molti: alcuni validi e con solide basi scientifiche altri meno. “Ma se dobbiamo diminuire l’impatto ambientale della produzione del latte dobbiamo sapere da dove partiamo. Abbiamo quindi deciso di chiedere alla scienza le informazioni che ci servono“, ha affermato il Dott. Fantini, introducendo l’argomento del workshop.
Bruno Stefanon ha aperto il suo intervento spiegando cos’è l’ASPA e le sue attività. L’associazione raccoglie tutti coloro che lavorano nell’ambito delle scienze animali ed è costituita prevalentemente da docenti universitari e ricercatori. Tra i vari argomenti da loro trattati c’è l’impatto ambientale dell’allevamento. Già nel 2010, allarmati da quello che i cittadini iniziavano a pensare della zootecnia, anche a causa della pubblicazione della FAO che gli attibuiva il 18% delle emissioni di gas serra, hanno costituito una commissione di studio chiamata “Ecological footprint degli allevamenti zootecnici”, dedicata alla ricerca su questo argomento. L’ASPA ha inoltre prodotto 2 volumi sulle tecnologie di allevamento utili per l’identificazione dei fattori che portano alle emissioni di gas serra climalteranti e sulle soluzioni tecniche di allevamento che possono essere messe in atto per limitarle.
“Ragioniamo in un altro modo: mettiamo un attimo da parte l’aspetto dell’ambientalismo. La zootenia è un attività economica, se perdiamo metano perdiamo energia e se perdiamo energia perdiamo efficienza. Ecco che allora l’economia ci aiuta per l’ambiente. Avere un bilanciamento corretto della razione, un animale sano etc. aiutano la zootecnia ad aumentare l’efficienza produttiva. Se poi vogliamo considerare l’aspetto ambientalista meglio ancora“, ha affermato il Prof. Stefanon. “Il fatto positivo oggi è che l’industria sta percependo che un atteggiamento etico positivo verso diritti degli animali e verso il pianeta può essere anche un businness se è reale“, ha proseguito.
Ma veniamo alla domanda che ha dato il titolo a questo workshop, ovvero: le vacche inquinano? “Il termine inquinare è scorretto perchè la produzione di CO2 è un processo naturale nel momento in cui c’è ciclo nella quale è prodotta ma anche riutilizzata dalla fotosintesi. L’inquinamento si utilizza per riferirsi alla contaminazione con molecole, non normalmente presenti, di acqua, aria o terra” ha spiegato il Prof. Tamburini. “In particolare, perchè si dice che i ruminanti inquinano? I ruminanti, in quanto tali, hanno il rumine, organo che contiene una flora microbica molto importante: più di 50 miliardi di microrganismi per millilitro di liquido ruminale in condizioni di anerobiosi che con la fermentazione producono, tra le altre cose, anche dei gas e in particolare CO2 e metano. Il metano proviene sostanzialmente da questo tipo di fermentazioni e in piccola parte da quelle dei reflui. Questo gas può però provenire anche da altre fonti come prodotto di fermentazione, come ad esempio da zone dove l’acqua ristagna, tipo le paludi o le risaie, ma ci sono anche fonti incontrollabili e poco studiate come le termiti.” “Questo metano ha un effetto 25 volte superiore a quello della CO2 ed è erroneamente considerato il prodotto fondamentale della fermentazione dei ruminanti. Ecco perchè si dice che i ruminanti inquinano più delle automobili, affermazione assolutamente non veritiera. La FAO ha iniziato dicendo che il contributo della zootecnia alle emissioni di gas ad effetto serra è del 18%, è poi arrivata all’11%, ma stanno lavorando su dati tendenzialmente provenienti dagli USA“, ha proseguito il professore. “Oggi ha ulteriormente calato la sua stima. I dati ISPRA ci dicono invece che l’agricoltura in generale ha un contributo del 10%. Ciò significa che se smettiamo tutti di mangiare qualunque tipo di alimento il nostro contributo all’effetto serra diminuirà del 10%. Ma questo dato considera la produzione alimentare in generale.”
“Quale è la disponibilità energetica media per capo (Uomo) nei paesi occidentali?“, ha domandato il Prof. Tamburini. “In base alle produzioni abbiamo a disposizione 3600 kcal mentre il fabbisogno medio di un adulto è di 2000 kcal. Stiamo avvelenando il nostro pianeta non perchè produciamo latte e carne da ruminanti ma perchè sprechiamo moltissimi alimenti. Da considerare è anche il rapido diffondersi dell’obesità, soprattutto nei paesi occidentali. Non dobbiamo quindi spingere sulle produzioni ma sulla qualità. Va rivisto il modello dei consumi alimentari in modo molto cauto e attento. Non è un problema solo dell’agricoltura ma dell’intero sistema economico.“
Quello che è emerso dal dibattito è che criminalizzare una categoria non serve: il problema va infatti spostato dall’allevamento ad un modello sostenibile di vita su questo pianeta. Nel momento in cui si rappresentano i numeri in modo corretto e si distribuiscono i compiti, ognuno dovrà dare un contributo, compresa la zootecnia.
E’ intervenuto nella discussione anche il Dott. De Vivo, autore di un interessante articolo pubblicato ad Ottobre su Ruminantia su uno studio condotto con il Prof. Zigarelli, e presentato alla 3rd Agriculture and Climate Change Conference 2019, che mostra come la CO2 sottratta dall’atmosfera dai vegetali coltivati per alimentare gli animali allevati sia circa 4 volte superiore alla somma della CO2eq emessa dalle attività zootecniche.