Con l’espressione “analisi del sangue” si intende la pratica clinica di prelevare il sangue da uomini e animali e portarlo in laboratorio per dosare alcune molecole in modo da aiutare il medico a fare una diagnosi e una prognosi. Nella medicina umana l’emato-chimica clinica è ampiamente utilizzata per verificare lo stato di salute di un paziente o individuare una malattia. Nella medicina veterinaria degli animali da reddito si ricorre a questo approfondimento diagnostico non tanto per verificare lo stato di salute del singolo soggetto quanto per controllare l’adeguatezza della gestione e della nutrizione. La veterinaria che si occupa di questa tipologia di animali ricorre anche spesso agli esami sierologici per tenere sotto costante monitoraggio le malattie infettive.

Nell’allevamento della bovina da latte le principali malattie sono quelle metaboliche. Si stima che rappresentino il 75% di tutte le patologie che possono colpire questo tipo d’animali. Le malattie metaboliche sono tra loro interconnesse, rappresentando spesso l’una il fattore di rischio dell’altra. Inoltre, hanno picchi di prevalenza essenzialmente durante la fase di transizione, ossia tre settimane prima del parto e tre settimane dopo, in giorni specifici per ognuna di queste patologie. A questo fa eccezione l’acidosi ruminale che si può presentare in qualsiasi fase del ciclo produttivo di una bovina adulta. Le alterazioni del metabolismo minerale e vitaminico, e di quello energetico e proteico, e la lipidosi epatica, in un momento di profondo riassetto del metabolismo che è tipico della fase di transizione, sono il principale fattore eziologico di quasi tutte le malattie metaboliche. Queste patologie inoltre sono in grado di condizionare “pesantemente” la fertilità, il livello produttivo e la longevità funzionale delle bovine.

Le malattie metaboliche hanno a volte prevalenze che superano il 30% e hanno quasi sempre un decorso sub-clinico, particolarità che mette in grande difficoltà sia il veterinario che l’allevatore.

Una valida soluzione per prevenire e curare le malattie metaboliche consiste nel ricorrere routinariamente alla emato-chimica clinica, ossia eseguire a random su determinate categorie d’animali quello che comunemente è definito “profilo metabolico”.

Ai veterinari che vogliono affrontare con professionalità le malattie metaboliche si pone un primo problema da risolvere: con quale criterio scegliere le bovine a cui prelevare il sangue da inviare poi in laboratorio? Le buone pratiche di statistica consigliano di prelevare almeno 12 campioni di sangue. Questo criterio indiscutibile è quello normalmente utilizzato per verificare la presenza di virus o batteri nella fase di lattazione o d’ingrasso dei ruminanti. Tale criterio di campionamento a random, escludendo gli animali palesemente malati, si può raccomandare se si vogliono eseguire profili metabolici nelle bovine in lattazione, cosa che solitamente si fa nelle “fresche” e a metà lattazione. Le bovine in fase di transizione sono solitamente poche negli allevamenti (anche in quelli di medie dimensioni), è quindi consigliabile utilizzare un altro criterio anche se statisticamente non proprio corretto. La fase più delicata dove “nascono” la maggior parte della malattie metaboliche è quella delle ultime tre settimane di gravidanza (fase di preparazione al parto) per innumerevoli motivi. Per avere un quadro completo, e se il gruppo è particolarmente numeroso, si può adottare il criterio della scelta random tra manze e vacche di 8-12 animali, escludendo i soggetti non in buone condizioni, quelli appena spostati nel gruppo e quelli prossimi al parto. La finestra ideale è dai 3 ai 14 giorni prima del parto previsto. Nelle stalle più piccole le bovine che rispondono a questi requisiti sono poche per cui conviene campionarle tutte. Quanto appena detto vale anche per la seconda fase della transizione, ossia il puerperio. In questo caso il periodo ideale dove campionare primipare e pluripare è tra i 7 e 21 giorni ma con qualche eccezione. Relativamente all’ora del prelievo, o meglio a quanta distanza dai pasti prelevare il sangue, non esiste una regola, o meglio esisterebbe se si dovesse dosare uno specifico parametro. Ad esempio, il periodo ideale per quantificare il BHBA sarebbe 4-5 ore dopo che è stato somministrato il “carro” della mattina mentre per i NEFA il periodo ideale sarebbe poco prima. In genere, il sangue per i profili metabolici si preleva a metà mattina e questa è una sorta di standardizzazione.

Una volta stabilito con quale criterio campionare gli animali e a che ora farlo è necessario decidere quali parametri richiedere al laboratorio. Il profilo metabolico si compone in genere di un profilo minerale, un profilo energetico, un profilo proteico e la funzionalità epatica.

Nella fase di preparazione al parto o close-up di grande importanza sono il profilo minerale e quello energetico. Nel primo si dosano macrominerali come il calcio, il fosforo, il magnesio, il sodio, il cloro e il potassio, per verificare eccessi e carenze e calibrare con precisione sia le diete che l’accesso al cibo e all’acqua da bere. Prevenire la sindrome ipocalcemica, e spesso ipomagnesiemica, aggiungendo indiscriminatamente, ossia senza diagnosi preventiva dei fattori eziologici, sali anionici alla dieta di close-up oppure il solo analizzare i minerali negli alimenti o il solo misurare il pH delle urine, ha un alto grado d’imprecisione dovuta alle tante variabili che condizionano la biodisponibilità dei macroelementi e alla bassa sensibilità e specificità della misurazione del pH delle urine. Molto importante è eseguire in questa fase il profilo energetico, ovvero la misurazione dei NEFA e del BHBA. I valori considerati normali sono oggi molto chiari e condivisi. Per i NEFA è desiderabile un valore ≤ 0.27 mEq/L nel periodo 14 – 7 gg prima del parto. Relativamente al corpo chetonico BHBA, è molto importante un suo monitoraggio per la chetosi sub-clinica (SCK) nel preparto, in quanto aumenta il rischio che si verifichi nel post-partum anche nella forma clinica e di tutte le altre malattie metaboliche. Il cut-off della SCK è identico in ogni fase del ciclo produttivo della bovina ed è di 1400 μmol/L o 14.4 mg/dl, ovviamente nel sangue. Personalmente, consiglio di abbassare a 1200 μmol/l tale cut-off. Quest’ultima scelta vedrà aumentare la prevalenza della SCK ma migliorerà la sensibilità terapeutica verso questa importante e grave malattia metabolica. Se in allevamento si ha il sospetto di una sindrome ipocalcemica nel puerperio, con qualche episodio clinico di collasso puerperale, conviene verificare già 12-24 ore dopo il parto l’andamento della calcemia. I valori del calcio totale devono essere superiori a 2 mmol/L o 8 mg/dl mentre quelli del calcio ionizzato devono essere > 1 mmol/L o 4 mg/dl. Nel puerperio, ed in particolare tra 7 e 21 giorni di lattazione, si considera accettabile un valore massimo di NEFA di 0.72 mEq/L. In questa fase è importante effettuare un profilo proteico, ed in particolare l’albumina, le proteine totali e l’urea, in quanto la mobilizzazione delle proteine labili, ossia le scorte muscolari, può essere imponente. Per l’albumina si considera normale un valore ≥ 3.5 g/dl. Relativamente alle prove di funzionalità epatica comprendenti colesterolo totale, albumina e urea, è consigliabile effettuarle a metà lattazione utilizzando il criterio dei 12 animali a random.

Ma come interpretare i profili metabolici per capire se il problema rilevato è del singolo animale o dell’intero gruppo? Dare una risposta a questa domanda è molto importante perché condiziona il tipo d’intervento da effettuare. Personalmente, seguo il criterio del ≥ 15% secondo il quale se più del 15% degli animali presenta uno o più valori ematici alterati significa che esiste un fattore di rischio collettivo e quindi una dieta da riconsiderare o qualche anomalia nel sistema di allevamento. Se invece un determinato valore emato-chimico risulta alterato in un numero di animali ≤ 15% è bene soffermare l’attenzione sui singoli animali senza modificare la nutrizione e il sistema d’allevamento. Pur tuttavia esistono criteri di valutazione delle soglie di rischio, ossia di distinzione tra fattori di rischio collettivi e individuali, molto più “raffinati” che tengono conto dell’intervallo di confidenza ma sono probabilmente più adatte alla ricerca che alla gestione ordinaria degli allevamenti.

Quando detto fino ad ora vale per la bovina da latte ma, come principio generale, anche per le bufale, le pecore, le capre e i bovini da carne.