L’innovazione e lo sviluppo di prodotto e di processo sono un aspetto imprescindibile ed elemento di competitività strategico anche per l’attività delle piccole medie imprese. Un fattore sempre più presente nel comparto agroalimentare, dove la produzione di qualità e la sostenibilità economica e ambientale passano attraverso un’innovazione attenta a proporre soluzioni concrete in termini di efficienza, tracciabilità e valorizzazione dei prodotti, contribuendo in modo determinante allo sviluppo del modello produttivo italiano. Questo il tema dell’Agrinnovation Summit (Agrinnovation e il futuro delle filiere agroalimentari: le nuove prospettive per una produzione di qualità), tenutosi oggi in Sala Monteverdi alla Fiera di Cremona. L’incontro ha ospitato importanti relatori di due note università europee, ovvero Martin Scholten, General Director del Dipartimento di Scienze Animale dell’Università di Wageningen, e Karina Pierce, professore associato di Produzioni Animali della UCD di Dublino. Sono intervenuti anche Stefano Ottolini, Direttore Generale di InnexHUB, Andrea Galli dal CREA di Lodi, ed Adelfo Magnavacchi, del CRPA di Reggio Emilia. Ha moderato l’evento Giorgio Setti, giornalista Edagricole.

La presentazione di Stefano Ottolini ha aperto l’incontro, che ha parlato di quali macro-trend internazionali il comparto agroalimentare sta affrontando e come la digitalizzazione possa in qualche modo aiutare ad affrontare tali sfide:

• l’aumento di popolazione del 33% da oggi al 2050, con due conseguenze importanti ed impattanti, quali l’aumento del 70% in domanda di alimenti disponibili e la richiesta di alimenti con valore nutrizionale di qualità;
terreni sempre più inadatti alla produzione agricola, per uso sbilanciato di fertilizzanti che impattano negativamente sul valore nutrizionale del suolo, e carenza di acqua disponibile, per la quale servirebbe una massimizzazione dell’uso, considerando l’attuale e futuro problema per l’approvvigionamento dovuto alla scarsità di acqua;
cambiamenti climatici, sommati al fatto che le emissioni di gas serra sono raddoppiate, con una stima in crescita delle emissioni. Gli effetti collaterali sono: variabilità precipitazioni, aumento della frequenza di siccità e inondazioni, con effetto negativa sulla produttività in ambito agricolo.

In un contesto di sfide, l’innovazione digitale potrebbe essere protagonista ed elemento utile per affrontare questi trend negativi, poiché non è pensabile affrontare tali sfide andando ad intensificare l’estensione coltivata e aumentando la produttività. La soluzione migliore è quella di innovare sia i processi che i prodotti. Per quanto riguarda l’Italia, un problema è la dimensione media dell’azienda agricola (12 ha) che, rispetto ad altri Paesi europei, come Francia (50 ha in media), oppure USA (178 ha) e Brasile (200 ha), è piuttosto piccola. Quindi, per affrontare i trend, l’Italia non solo dovrebbe innovare, ma dovrebbe innovare considerando soluzioni diverse rispetto a quelle adottate da altri paesi nel mondo. L’azione dovrà essere “sulla leva costi e sulla leva ricavi, puntando alle maggiori riconoscibilità e garanzia di prodotto”. Il Dott. Ottolini ha parlato anche di come e quali sono le tecnologie applicabili in agricoltura in grado di affrontare le sfide attuali in modo dirompente: tra queste, si è parlato anche di block chain, soluzione ancora non matura  nell’agroalimentare, intelligenza artificiale ed Internet of Things, ovvero la necessità di governare ed interpretare il dato, filtrarlo e, tra la mole di dati, capire i messaggi chiari e le informazioni precise per prendere decisioni sempre più consapevoli. “Oggi noi abbiamo a disposizione una mole immensa di dati, ma la tecnologia ci darà una maggiore quantità di dati: la vera sfida sarà valutare questi dati, filtrarli e prendere informazioni sempre più accurate”, chiude Ottolini.

L’intervento del Prof. Scholten ha portato molta dell’esperienza e dell’approccio al problema dei Paesi Bassi per quanto riguarda la zootecnia, ed in particolare il lattiero-caseario. I Paesi Bassi si stanno impegnando a fondo in queste sfide; l’obiettivo è quello di rispettare la risoluzione sullo sviluppo sostenibile proposta dall’ONU e, al contempo, gli obblighi normativi ambientali, soprattutto nell’ambito dell’attuale rivoluzione che investe il 21esimo secolo, ovvero la “(white) Protein Revolution”. L’efficienza produttiva significa sistema “friendly” per l’ambiente, ma anche minor spreco di risorse e di energie. Non vanno però dimenticati i limiti legati all’aumento di popolazione previsto per il 2050. Scholten parla di uso “smart” del suolo, e di compromesso tra la riduzione di uso degli input ed aumento di output alimentari. Il processo mentale che si dovrebbe instaurare è quello dell’economia circolare, una svolta rivoluzionaria che vede la valorizzazione a risorsa di ciò che di fatto è scarto, e contestualmente una riduzione degli sprechi. Un chiaro esempio è la gestione razionale dei reflui zootecnici per la concimazione, una pratica di grande valore come risorsa secondaria, che permette di collegare la produzione di colture vegetali alla zootecnia. Economia circolare, inoltre, significa che si ha la produzione della stessa quantità di proteine (latte e carne, ndr) con impiego di metà delle risorse. Anche nell’ottica dei cambiamenti climatici, con la circolarità ogni svantaggio è anche un vantaggio, quindi “prenderci cura della produzione animale significa prenderci cura del clima”.

L’esperienza irlandese sull’innovazione applicata alla produzione lattiero-casearia assume trend positivi di crescita. Karina Pierce ha dato un’idea dell’attuale situazione zootecnica irlandese, ferma fino al 2015 a causa delle quote latte, e in profondo cambiamento dall’abolizione di queste ultime. Le sfide che l’Irlanda affronta ora sono sì cambiamenti climatici, crescita della popolazione ed altri tratti comuni con altri paesi europei, ma anche l’imminente Brexit. Essenzialmente, la sfida non sarà solo per produzioni più sostenibili, ma anche per trovare soluzioni di mercato in quanto il Regno Unito è il principale paese in cui avviene la gran parte dell’export di prodotti lattiero-caseari irlandesi. Il sistema di allevamento irlandese è basato sull’utilizzo del pascolo, e, sotto questo aspetto, l’Irlanda si differenzia rispetto agli altri Paesi europei. La ricerca in Irlanda si è concentrata su come approcciare sistemi che permettano meno utilizzo di input per generare più output, con sostegno della tecnologia. Anche in Irlanda vi sono alcuni limiti, considerando che la dimensione aziendale delle mandrie è in media di 80 vacche, e la frammentazione e la disponibilità di terreni, così come la scarsità di manodopera, sono un attuale problema. Altre sfide che l’agricoltura irlandese sta affrontando sono la necessità di avere migliori prestazioni in fertilità delle vacche da latte e far sì che la produzione di latte coincida con la primavera per sfruttare al meglio i pascoli. Con buona genetica, buona gestione del territorio e delle risorse si possono raggiungere buoni risultati.

Andrea Galli è intervenuto per chiarire il concetto e l’importanza della zootecnia di precisione (livestock precision farming). L’aumento della richiesta di alimenti è incredibile, ma risultano perseguibili nuove logiche di allevamento che accettino una “grande” minor produzione e che determinino impatti ambientali molto più bassi. Anche il Dott. Galli approfondisce l’economia circolare, sottolineando come il rifiuto e lo scarto possano rientrare nel ciclo produttivo. Per quanto riguarda la zootecnia, il sistema di allevamento lombardo è diametralmente opposto al sistema irlandese, pertanto va considerato che l’innovazione da apportare sarà diversa perché diverse sono le esigenze aziendali. Ciò che è importante è la centralità del dato e delle nuove tecnologie in associazione alla creazione dell’informazione utile ai fini gestionali: l’intelligenza artificiale non genera modelli e logiche di funzionamento della realtà, ma sistemi previsionali e di controllo della realtà, ed è per questo che la grande sfida della zootecnia di precisione risiede nella gestione di una robotizzazione sempre più avanzata e presente in azienda che sia collegata in tutti i sistemi presenti.

Il Direttore del CRPA di Reggio Emilia, Adelfo Magnavacchi, esprime il sentire degli agricoltori, in quanto la sua realtà è molto vicina alle aziende, conoscendone sia i limiti che le difficoltà. L’innovazione non può essere presa e inserita ovunque a prescindere dal Paese, ma va adattata alle esigenze reali aziendali, e va valutato se la soluzione scelta può andare bene in base ai disciplinari produttivi, molto frequenti per la realtà italiana. Attualmente, le imprese agricole hanno bisogno di un insieme complessivo di innovazioni che toccano tutte le fasi gestionali dell’impresa agricola, proprio perché le difficoltà oggettive riguardano anche la presenza di personale agricolo tecnologicamente non alfabetizzato.
Un invito che è stato fatto dai relatori ai ragazzi presenti in sala è quello di aiutare le famiglie a superare il gap esistente tra agricoltura e tecnologia, soprattutto in un mondo in cui la zootecnia è sotto i riflettori della società, ma anche della scienza.
L’incontro si è chiuso con una tavola rotonda con tutti i relatori, che hanno condiviso idee sulla zootecnia di precisione, e su come sia importante affacciarsi a un modo diverso di fare zootecnia. Magnavacchi sottolinea che oggi “due terzi dei progetti sono concentrati a dimostrare alla società civili che, se le cose vengono fatte in un certo modo, le produzioni animali possono contribuire a dare anche una certa tutela dell’economia e dell’ambiente”, peraltro posizione condivisa in particolare da Martin Scholten.