Nell’editoriale della newsletter di dicembre 2020 della European Federation of Animal Science (EAAP), organizzazione internazionale non governativa che conta più di 4000 membri e che mira a migliorare la conoscenza e la diffusione dei risultati della ricerca sull’allevamento degli animali domestici, Andrea Rosati, segretario generale della federazione, propone un’interessante riflessione sul ruolo della scienza nel rapporto tra allevatori e consumatori.

Di seguito, riportiamo il testo dell’editoriale.

 

I cambiamenti nel consumo di latte e formaggi sono in parte dovuti ad un disagio etico dei consumatori e ad una diversa percezione degli alimenti creata dall’industria. La popolazione vive prevalentemente nelle città, lontane dalla realtà agricola, e la maggior parte delle persone crede che le vacche da latte vengano allevate solo al pascolo. Questa visione “idilliaca” rappresenta la realtà di un passato remoto che è alimentata da film, racconti e da quasi tutta la pubblicità dell’industria lattiero-casearia; come se l’allevamento intensivo, che è praticata nella maggior parte dei casi, avesse dei segreti da nascondere.

Quando vengono incluse le indagini giornalistiche per mostrare la realtà degli allevamenti, le persone urbanizzate si spaventano e il conseguente senso di colpa ha portato molte persone a sviluppare un’obiezione al consumo di prodotti di origine animale. Gli allevatori sono già consapevoli che le attuali pratiche di allevamento da latte hanno dei problemi da risolvere. La scarsa longevità funzionale delle vacche, l’uso frequente di antibiotici, la sincronizzazione ormonale, le malattie degli arti e dei piedi, ecc., per non parlare dell’alimentazione. Gli allevatori sono costretti ad utilizzare razioni con una quantità sempre crescenti di concentrati per contrastare il bilancio energetico negativo, a cui si è recentemente aggiunto il bilancio proteico negativo, sapendo che questi due aspetti sono la causa primaria della sindrome che possiamo chiamare sub-fertilità della vacca da latte.

Nonostante tali problemi, ovviamente, non è possibile tornare all’allevamento estensivo né è auspicabile farlo. Come semplice esempio, se “liberassimo” tutte le vacche in lattazione e le portassimo al pascolo, queste occuperebbero circa il 15-20% della superficie dell’Unione europea.

Pertanto, è necessario che la ricerca trovi soluzioni genetiche, ambientali, gestionali, sanitarie e nutrizionali utili agli allevatori per recuperare non solo la redditività ma anche la loro dignità sociale in modo che possano tranquillizzare, almeno parzialmente, la coscienza delle persone in modo che queste possano tornare a consumare prodotti animali con serenità. La ricerca deve riconoscere che comprendere e affrontare questi aspetti controversi non è un ritorno al passato ma piuttosto un’accelerazione verso il futuro. Dobbiamo tutti spingere per una strategia che possa dare un nuovo futuro non solo agli allevatori ma anche alle attività connesse, che includono anche la ricerca.

Andrea Rosati